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5 dicembre 2007
Doverose riforme

di Dinophis 


isognerebbe riformulare l'art. 1 della Costituzione, ma come? L'Italia di oggi è una repubblica fondata su mille cose, prima che sul lavoro, sarebbe il caso di fare qualche tentativo già dalle fondamenta, visto che tanto si parla di riforma costituzionale.

L'Italia è una repubblica fondata sullo spettacolo? Ci sono morti scomode, prendiamo quella di Gabriele Sandri, ammazzato in un autogrill da un poliziotto. O quella meno nota di Aldo Bianzino, morto di percosse nel carcere di Perugia dopo essere stato arrestato per detenzione di ben 3 piantine di marijuana. Messo in isolamento e misteriosamente trovato col cranio fracassato e il fegato spappolato. Queste non van bene, non sono socialmente rilevanti, sono morti da spazzare il prima possibile come polvere sotto il tappeto del silenzio. Vanno bene invece le morti che ruotano intorno ad Azouz Marzouk, o quella di Meredith, o la strage ad opera di Marco Ahmetovic. Quelle van benissimo, anzi sono occasioni ghiotte, danno in pasto la società a sé stessa, in un circolo perverso di accuse che finiscono iperbolicamente per tornare al mittente. La repubblica è salva, istituzionalmente, la colpa è tutta dell'uomo comune, che non riesce a sottrarsi dalla consacrazione del nuovo mito del mostro, perché fatica a capire da che parte del monitor stia, di chi sia realmente la colpa.

 L'Italia è una repubblica fondata sulla sordità? Nelle ultime due o tre settimane, andando a memoria, ricordo uno sciopero dei trasporti, uno dei taxisti, uno delle forze dell'ordine, uno dei metalmeccanici, uno dei chimici. La domanda è: c'è
qualcuno che li ascolta? L'altra domanda è: c'è qualcuno che si sta chiedendo perché tanti scioperi? Non credo, perché tutti stiamo seguendo la commovente solidarietà di Corona ad uno spacciatore, o, chi è più impegnato, sta tenendo il conto degli interminabili conflitti di sistema scaturiti da quel bug politico denominato Berlusconi. E la repubblica, assordata dal frastuono, è salva.

 L'Italia è una repubblica fondata sull'equilibrismo? Fosse almeno quello circense, desterebbe qualche cenno di ammirazione o stupore. Ma no, sto parlando di quella diplomazia da asilo che contraddistingue il nostro Paese. E' ormai consolidato il ricorso alla promessa ideologica, che cavalca tempestivamente e con grande intuito l'opinione popolare, per poi trovarsi a fare i conti con la mamma e tornare imbronciati, in s
ilenzio, in cameretta. E' che di mamma non ce n'è più una sola e tutte sono autorevoli. Riporteremo a casa le truppe dalle missioni in Iraq ed Afghanistan. Mamma USA non vuole. Spediremo a casa tutti i romeni cattivi. Mamma Romania non vuole. Garantiremo una famiglia agli omosessuali. Non lo vuole mamma Vaticano. Inviteremo il Dalai Lama a parlare alla Camera. Mamma Cina ci convince, perentoria: “Nessuno incontri il Dalai Lama”. Siamo una repubblica obbediente, non c'è che dire. A tutti, fuorché ai propri principi di coerenza. E, per quanto tutto questo avvenga in nome del quieto vivere e dell'economia, un vecchio detto mi rassicura poco: il cane di due padroni, muore di fame. Ma la repubblica è ancora salva, perché si dà il caso che quanto a cani sia l'era del labrador, quello buono con tutti, ognuno è un potenziale padrone. Non s'incazza mai con nessuno e si appassiona correndo dietro ad un rotolo di carta igienica.
L'Italia è una repubblica fondata sull'indifferenza, perché se prima le cose succedevano, ora si lascia che succedano, anzi quasi ci si spera.

Potrei enunciare altre decine di notizie, sappiamo tutto in tempo reale, senza più segreti perché tanto la censura non è più necessaria. Ci basta al limite quell'inclinazione, giusto per farci spostare l'attenzione dal centro dei fatti a destra, o a sinistra. Ci basta dare la colpa a qualcuno, demonizzare gli altri, colpevolizzare noi stessi, ci basta restare lontano dai limiti dell'ulcera. Ci basta sapere che in fondo non stiamo poi male, checche se ne dica. Anzi, forse, quel che dicono non è neppure vero, in fondo. E l'Italia è una repubblica fondata sul lavoro.

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21 novembre 2007
Caro uomo della pace

di Dinophis 


aro Sindaco Cacciari,

mi rallegro innanzitutto del premio Uomo della Pace 2007, di recente attribuitole. Si specifica, nel dar notizia del prestigioso riconoscimento, che è da intendersi anche come “pace con l'ambiente”. Quell'ambiente che sembra essersi rivoltato contro una decisione azzardata, la passata estate, di ospitare un festival della musica in un ambiente che è patrimonio ecologico della città, l'Heineken Jammin Festival. Grazie ad un'autorizzazione fondata su qualche perizia ardita e nonostante la chiara indicazione delle normative comunitarie di area protetta, pace fu, per mano d'una tromba d'aria assai selettiva e qualche incolpevole ferito. Quell'ambiente che ci regala quotidianamente la sua insalubrità da un paio d'anni di cantieri selvaggi, attendendo più o meno pazientemente nel traffico eterno, quasi fosse l'inferno, l'ecologica semina del tram. Ma non è di ambiente che voglio parlare, non solo, visto che l'onorevole gratifica recita chiaramente, e per esteso, Uomo della Pace e non Eroe dell'Aiuola.

La pace è quella che conoscevo trent'anni fa, quando andavo ai giardini pubblici armato solo dei miei sette anni, senza dover procurare preoccupazione alcuna a me stesso, prima di tutti, e a chi mi aspettava per cena. Il massimo pericolo, ricordo, e di lì gli avvertimenti e raccomandazioni, erano i mozziconi di sigaretta. Capisce? Come potessero saltarmi addosso come vipere. Oggi si avventura mai nei giardini pubblici, a qualunque ora? La pace era quella che pochi anni dopo mi accompagnava a passeggio la sera, nella mia città.  Nonostante fossero gli anni di piombo, anche allora i pericoli mi erano ancora estranei, erano per la gente di potere, non quella comune, i più. La raccomandazione? Tornare per mezzanotte. La pace era quella dei novanta, nonostante proverbialmente faccia paura. Coraggio o spregiudicatezza, veda lei. Ma intanto in quegli anni ho deciso di costruirmelo in periferia il mio futuro, su due piani che avrebbero impegnato un sacrificio economico  di vent'anni. D'altronde è bello, un po' di verde, la tranquillità. La parola d'ordine? Oculatezza.Oggi, Uomo della Pace, è guerra. Anzi peggio, perché la guerra almeno si è legittimati a combatterla da ambo le parti. Oggi è un pestaggio, e le tre donne che l'hanno subito il 14 novembre in città ne sono la testimonianza. 55, 65 e 80 anni, questi sono i numeri che mi fanno paura, in progressione, e non mi interessa che fossero italiani o meno, questi esempi di civiltà. Mi sfugge il motivo per cui chi si batte per la pace ha permesso la diffusione di tanta delinquenza, forse è da ricercare negli alti ideali della convivenza, dell'accoglienza, della comprensione?

Io so che rispetto a trent'anni fa ai giardini pubblici, oggi a 7, 37, o 70 anni è difficile andare. Sa perché non succede mai niente di brutto nei nostri giardinetti? Semplice, per il buon senso della gente, che capisce immediatamente che non conviene entrarci. So che mezzanotte è un'autorizzazione spregiudicata, altro che Cenerentola, quando già alle sette di sera si può assistere se non essere protagonisti di un accoltellamento per strada. E alle otto cala il coprifuoco. E so che qui in periferia non basta il verde, oggi, a dar pace. Anzi il verde si trasforma in un'ombra nemica, la sera. So che l'unica cosa che posso opporre nei miei ventennali sacrifici, a chi li concentra in pochi minuti di scarsa civiltà, è al massimo un impianto d'allarme, poca cosa e impegnativa, per chi non ci mette una sera a trovare i soldi per comprarlo. L'ho tastato con mano. Ma quello che so, anche, è che non necessariamente devo considerarmi, anche quando vorrei farne a meno, testimone di un'epoca. Perché quest'epoca non esiste in altre città, quelle in cui posso camminare giorno e sera, pur essendomi straniere. O quelle in cui stanno i miei amici, che a sentirmi parlare mi danno dell'intollerante, del razzista, dell'insensibile.

Io non lo sono, glielo garantisco. Come lei non è l'Uomo della Pace, se pace non riesce a garantire intorno a lei. Così come non è Sindaco quando ci chiama indigeni, dichiarando «Stiamo cercando di realizzare da anni un nuovo insediamento in regola, normato, ma qui a Venezia, come altrove, si incontrano grandi difficoltà per l'opposizione degli indigeni. Ma lo faremo». Si sa, indigeni sta ad indicare “originario del luogo”. Ma usato a quel modo è dispregiativo, pone quelli che dovrebbe chiamare concittadini al livello di quello che evoca il termina: poveri indiani o aborigeni che per qualche collanina di rotaia abbassa la testa, per lasciar spazio alla civiltà. Se devo fare spazio alla civiltà, accoglierla, da buon indigeno quale sono, preferisco farlo per qualche buona causa, non certo per veder confuso Robin Hood con gli Unni. E non penso che le signore violentate della loro pace fossero ostili ed armate di lancia, o arco e frecce. Al massimo faranno quel che ormai sono spesso giunti a fare gli indigeni, qui: lasciare sulla mensola in ingresso  qualche banconota, come sacrificio, nella speranza di non venir picchiati o vedersi la casa messa sottosopra.

D'altronde siamo qui come i bambini, (o moderni indigeni di fronte al totem dei grandi ideali) a desiderare chi per Natale, chi sotto la stella cadente, la pace nel mondo. Un po' vuoi che sia perché è la cultura moderna, quella che ci fa essere più comprensivi e tolleranti, anche a scapito dei nostri interessi. Una moda dell'anima, come certi biologici o equo-solidali. Un po' invece che ce li stiamo facendo, quegli interessi, desiderando che almeno un po' di quella pace tocchi anche a noi. Ma in questi anni non siamo armati più di pace, e nemmeno di violenza, perché purtroppo siamo persone per bene. Abbiamo un'identità, corporea o anagrafica che la voglia considerare, e un voto da esprimere, per chi di quell'identità si intenda preoccupare. Io, la prossima volta, sceglierò chi si assumerà la responsabilità di chiamarmi concittadino, chi si preoccupi della realtà più che degli ideali. Chi magari riesca a considerare che combattere non vada necessariamente a contrastare col concetto di pace, perché ci son medici e studiosi che ogni giorno lo fanno, e i premi li vincono lo stesso. Qualche volta anche la semplice riconoscenza di chi in loro ha confidato.

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12 novembre 2007
Le vie del Signore...

di Dinophis 


ome sono arrivato a Don Tullio Rotondo partendo dalla mafia? Lo preciso subito, a scanso di pericolosi equivoci, non è mia intenzione dare del mafioso al sacerdote, è che non solo le vie del Signore sono infinite, ma anche quelle di Internet, ormai. Ed è così che ho fatto, partendo da una banale comparazione, quella del decalogo del mafioso rinvenuto nel covo di Lo Piccolo, con i più famosi dieci comandamenti. Certamente non sarò l'unico ad esser rimasto colpito dalle molteplici affinità, al punto che m'è venuto da pensare che, fatti gli opportuni distinguo, si possano accomunare Cosa Nostra e Chiesa Nostra con una semplice quanto potente ideologia di base: fondamenti di alta moralità imposti con la giusta dose di intimidazione, pena la vita, terrena o eterna, a scelta. E la pecorella è fatta. D'altronde non sono io ad andare a mettere stuoli di santini nei covi dei boss, qualche attinenza c'è. Insomma, divagavo come mio solito in cerca di accostamenti bizzarri, perché diciamocelo, non può che essere mostruoso il solo pensare che la religione per eccellenza possa essere accostata a qualcosa di così disumano, quando tra un catechismo e l'altro sono finito su Christus Castitas. Sembra un'opera seria, tant'è che cerco di farmi passare quelle brutte idee che girano per la testa, con una lettura illuminata.

PENSIERI, PURTROPPO PAROLE - Per argomento, ci sono domande mirate (a volte
chiudendo tutti e due gli occhi) e pronte indicazioni. Ad esempio, alla n° 16 sull'omosessualità: “Che differenza vi è fra tendenza omosessuale e atto omosessuale?” la risposta è che Un uomo può sentire in sé la tendenza alla disonestà e all’omicidio, ma non per questo è costretto a rubare o a uccidere.” Pertinente, non trovate, l'immediata analogia tra omosessualità e omicidio, giusto per chiarire subito la natura criminale della preferenza sessuale. Ma se ancora vi restano dei dubbi, basta leggere la domanda n° 5, che escludendo provvidenzialmente la possibilità che possa trattarsi di una normale inclinazione o scelta dell'individuo, chiede: “L’omosessualità è un vizio o una malattia della psiche?”. E qui pare non esserci ancora una risposta definitiva, perché i tentativi di spiegazione rimbalzano da una lunga serie di improbabili analogie con l'alcolismo a “complessi di inferiorità nei confronti del proprio sesso” o ad un “precoce condizionamento dovuto ad atti sbagliati e ripetuti a un punto tale da trasformarsi in abitudini”. Nel caso ci fosse ancora in voi, come in me, qualche perversa inclinazione a considerare la diversità sessuale secondo un profilo scientifico, presto fatto, si apre il confronto con il sessuologo Alfred Kinsey, pardon, anzi: l'entomologo, zoologo, pedofilo Alfred Charles Kinsey, come misericordiosamente viene presentato da Bruto Maria Bruti, l'estensore di queste perle catecumenali. E il discorso si chiude già con l'aggettivazione. A questo punto potrebbe incuriosire chi sia questo studioso, il Dott. Bruto Maria Bruti, che nella mia ignoranza potrei benissimo confondere per un alacre troll che si diverte a riempire di idee razziste siti e forum cattolici e non. Invece preferisco vedere chi ha sposato i suoi studi tanto da riportarli su Christus Castitas, insieme alle riflessioni su mode indecenti, ai preziosi consigli sulla pratica della mortificazione o all'esposizione dei principi anti-bambino della mentalità contraccettiva. Nei contatti del sito sono due i nostri eroi: Daniele Curci e Tullio Rotondo. Sul primo non vi consiglio di fare ricerche, se interessati; l'unica menzione va ad un'ossessionata e psichedelica ricerca su Jim Morrison, pubblicata su Christus Veritas. Se vi interessa leggerla, i toni sono: “Quell’indiavolato imitatore di un dio pagano che danzava e urlava in ebbro abbandono, impersonificava il mistero della divinità e il suo stesso potere…in esso si indentificava [...] Jim Morrison non recitava un ruolo, egli era uno sciamano.”

PARALLELISMI - Ma non è l'impaurito Daniele Curci, armato di crocifisso, che ci interessa. Il nostro uomo è Tullio Rotondo, anzi Don Tullio Rotondo. Se interpellate Google vi testimonierà l'impegno del sacerdote nell'evangelizzazione degli internauti, presenziando in una discreta quantità di siti cattolici, ma non solo. Le sue celeberrime “Preghiere per abbattere il social-comunismo” giungono fino al forum Destra Radicale di yahoo, tra le varie distribuzioni di tessere dei templari ed un messaggio a nome di Monsignore Giuseppe Anfossi, Vescovo di Aosta. Sua Eminenza ed il nostro buon Don Tullio vittime di qualche troll, o peggio,
strumentalizzati da qualche fanatico estremista? Può essere. Però almeno per il presenzialista in gonnella del Web qualche dubbio resta, scorrendo le altre pagine di dottrina presenti a suo nome nella rete. Una tra tutte, Apologetica Cattolica, in cui la lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente di Giovanni Paolo II sembra non far presa con le chiare parole del Pontefice “Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento, è costituito dall'acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità.” Suvvia, sembra voler affermare Apologia Genetica, affidandosi alle parole di una conversazione trasmessa su Radio Maria, sfatiamo questo mito sull'Inquisizione. “E' vero che quando il tribunale dell'Inquisizione abbandonava un eretico al braccio secolare, questi veniva condannato a morte dalla giustizia secolare, se non si pentiva, ma non era la Chiesa a condannarlo a morte, nè era la Chiesa ad ucciderlo. La Chiesa si limitava a riconoscerlo come eretico che rifiutava ogni pentimento. Era il diritto penale e il braccio della legge che prevedevano la morte ed eseguivano la sentenza.” Capito? Il boia non era la Chiesa, questo è l'importante, più o meno quello che deve aver pensato Ponzio Pilato. E se leggete tutto scoprirete che anzi, la Chiesa era magnanima, nella maggior parte dei casi infliggeva punizioni spirituali agli eretici, una vacanza in Terra Santa, o un pellegrinaggio. Che poi il potere secolare fosse un cattivone e appena sentiva la parola eretico decideva comunque di mandare al rogo lo sciagurato, non è rilevante. Volete la verità sulla tortura? Di solito i denigratori dell'Inquisizione si fermano indignati alla parola tortura, ma vorremo mica scherzare? Denigrare l'Inquisizione o indignarci di fronte ad una tortura? No, il buon Don Tullio Rotondo, dalle sue pagine, ci regala finalmente la Verità: la tortura degli imputati non doveva far loro perdere alcun membro o mettere la loro vita a repentaglio, né poteva durare, di regola, più di 15 minuti. Vi lascio con una pagina che descrive i passatempi regalati a questi fortunati vincitori dei 15 minuti. E l'amarezza per non aver cacciato quel pensiero iniziale, sentendo giustificare in questo modo omicidio e tortura, quella parola che non voglio dire, e continua a ronzarmi per la testa.

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