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18 ottobre 2007
Cordoglio e Pregiudizio

di Cagnaccio 


È una verità universalmente riconosciuta che un buon partito in possesso di una vasta fortuna debba essere alla ricerca di un leader

on è abitudine di Giornalettismo recensire film, ma vista l’elezione per acclamazione bulgara del candidato quasi-unico, nonché dottò in cinematografia e figu, ecco prontamente che si zompa sul calesse del vincitore designato (dalla volontà popolare, per carità) e ossequiosamente ci si adegua con piglio fantozzesco alle inclinazioni del nuovo supermega Segretario di tutti.



Un cast stellare di soliti noti come nemmeno nei panettoni natalizi dei Vanzina, per un kolossal in costume e mascherina: un grande affresco sulla vita del Primo e Secondo Stato ai tempi dell’Ancien Regime fa da sfondo alla struggente storia d’amore fra un leader e il suo buon partito, che dovrà superare gli ostacoli posti da pregiudizi, convenzioni e elezioni dell’epoca. La storia narra delle vicissitudini di un giovane Uolter alle prese con figu e vhs, e della sua educazione sentimentale attraverso i passaggi dal giacobinismo puberale al topexan socialdemocratico fino all’approdo finale alla maturità democris... democratica. Figura centrale nella storia è quella della levatrice Romano Prodi che sarà anche galeotto poiché farà incontrare Uolter col suo bel partito, favorendolo sulle altre decine di pretendenti.
Solo sullo sfondo rimarranno i venti minacciosi e gli sconvolgimenti che insanguineranno il continente, perché l’amore è la sola via di salvezza per questo secolo martoriato, perciò volemose bbene e andiamo di più al cinema per sognare tutti insieme come in una grande famiglia. Alla fine del film l’immancabile brindisi alla sconfitta dell’antipolitica.

Interpreti: Uolter Ueltroni, Romano Prodi, Ciccio Rutelli, Massimo D’Alema, Rosy Bindi, Artù Parisi, Enrico Letta, Pierluigi Bersani, Piero Fassino, Antonio Di Pietro, Clemente Mastella, Anna Finocchiaro, Pecoraro Scanio, vari ed eventuali (Gawronski?).
Per la prima (e forse ultima) volta sul grande schermo Mario Adinolfi
Regia: AAVV, ma l’importante è che ciascuno sia regista di se stesso.

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16 agosto 2007
Il Re è ovunque!

di Cagnaccio 


l Re è ovunque! C’è poco da ridacchiare sotto i baffetti, branco di miscredenti e buffoni catto-comunisti da strapazzo: il Re è tornato, anzi non se n’è mai andato, è sempre stato fra noi. È sotto gli occhi di tutti, solo chi non vuole vederlo, lo ignora. Ma lui è qui fra noi e ci resterà per sempre. Pentitevi e shakerate il bacino, perché il suo Regno sta per tornare: Elvis vive e regna e fa pure tanti soldini! Vi fu detto 30 anni fa che era morto di infarto, di overdose, di ictus o non si sa bene cosa, ma era una menzogna, una messa in scena.

LE PROVE - Non ci credete? Ci sono le prove, eccole qua. Incontrovertibili. Osservate questo doppio cd “Kingtinued”, dal misterioso sottotitolo “E’ come se Elvis fosse tornato, cantando canzoni di oggi”. Ascoltatelo mentre canta La Vida Loca o England’s Rose (la versione di Candle in the Wind dedicata alla principessa Diana): sembra proprio il Re… ed infatti i test sulla voce confermano che si tratta della sua voce! Potrebbero essere vecchie registrazioni, come quelle usate per numerosi album postumi di rockstar decedute: ma com’è possibile che Elvis abbia registrato canzoni che non erano ancora state scritte prima della sua presunta morte? E soprattutto perché incidere La Vida Loca, se non per ironizzare su chi lo crede morto mentre invece Elvis si sta godendo quel che resta della sua immortale esistenza in qualche esclusivo resort tropicale? E poi, proprio Candle in the Wind che è risaputo portare sfiga al pari del suo malevolo autore? La risposta la sapete, ed è nel profondo di voi stessi, perché Elvis arriva al fondo delle vostre coscienze… Il re è vivo: Elvis is everywhere, Elvis is in everything, Elvis is in everybody, Elvis is still the King!



In ogni caso, miscredenti e farisei, vi consiglio l’ascolto dell’album qui sotto, che male non fa, anzi.
 

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3 luglio 2007
To Gordon with love, Bin

di Cagnaccio 


Le vie del terrorismo, al pari di quelle del Signore Loro nel cui nome impronunciabile s’immolano, sono infinite. I due attentati sventati a Londra e quello maldestramente realizzato all’aeroporto di Glasgow cadono in prossimità dell’anniversario dell’attacco del 7 luglio 2005, ma soprattutto giungono all’indomani della staffetta a Downing Street fra Tony Blair e Gordon Brown. La matrice pare sicuramente quella di al-Qaeda, e del terrorismo islamico. Restano però delle stranezze sulla scelta temporale, sulle modalità di attuazione e sul messaggio che gli attentati avrebbero dovuto recapitare al nuovo governo britannico.
I barbuti amici di Bin Laden sono sempre molto attenti alle date dei loro attacchi in terra d’Occidente, non sembrano mai colpire a casaccio. Hanno un’organizzazione professionistica, all’altezza dei servizi d’intelligence di uno Stato. Dal loro “capolavoro” dell’11 settembre, all’11 marzo di Madrid e il 7 luglio di Londra, hanno sempre dimostrato una preparazione e sincronizzazione da professionisti, con attacchi simultanei messi in atto da cellule autonome e dormienti. Per fortuna (o grazie all’intelligence inglese) stavolta la ciambella è venuta senza buco.

Le 2 autobomba scoperte a Londra hanno impedito una nuova strage e, forse, hanno anche mandato all’aria i piani originari dei terroristi. Si tratta infatti di interpretare l’attentato di sabato 30 giugno contro l’aeroporto di Glasgow: un SUV in fiamme lanciato contro il terminal, allo scopo di fare vittime e diffondere il panico. Un attacco singolo, direi quasi
artigianale nella sua realizzazione, e dai risultati quasi fallimentari. Da un certo punto di vista, perfino comico: immaginate un paio di shahid pronti a testimoniare la propria fede contro il satana occidentale fino al sacrificio della vita, ma che all’ultimissimo istante utile ci ripensano, uscendo di corsa dal SUV con la barba in fiamme…È ragionevolmente ipotizzabile che in seguito alle 2 autobomba disinnescate siano saltati i piani dei terroristi e che, perciò, ciascuna cellula si sia trovata a dover scegliere sul da farsi. Ciò potrebbe spiegare il singolare attacco all’aeroporto di Glasgow, che è sì riuscito a provocare la psicosi attentati in Gran Bretagna, ma è comunque lontano dagli standard di efficienza di al-Qaeda.

L’altra questione che pone degli interrogativi è quella del messaggio che i terroristi hanno voluto mandare al governo di Gordon Brown (guardacaso scozzese). Il nuovo premier si premura di sottolineare la sua diversità da Tony Blair, dipinge se stesso e il suo esecutivo come alternativi a coloro che li hanno preceduti, seppure appartengano tutti al Labour. Uno dei punti più controversi è proprio la war on terror, a proposito della quale Brown ha parlato di errori commessi in Iraq: è un’importante svolta rispetto alla linea da faccia di bronzo del suo predecessore (che adesso, dopo i disastri combinati in Medio Oriente, ha pure l’ambizione di fare il mediatore di pace in Terra Santa) e infatti indispettisce i cugini americani. Sia ben chiaro che Gordon Brown non sta parlando di disi
mpegno, anzi ha confermato fermamente la volontà di mantenere gli impegni assunti in Iraq, spostando però maggiore attenzione sulla ricostruzione. In un tale contesto di frizioni fra alleati, quale è il messaggio che al-Qaeda (assumendo che sia opera loro) ha voluto mandare all’Occidente? Direi che si tratta di una grande dichiarazione d’amore. Bin Laden e soci hanno impellente bisogno dell’Occidente cattivo, perché è dal conflitto e dalla presenza dominante dell’infedele (cristiano e ebraico) che essi traggono la loro forza e legittimazione (agli occhi dei loro correligionari). Più si dimostrano in grado di colpire il nemico sul suo territorio, più cresce il prestigio di al-Qaeda. Analogamente più il satana occidentale muove guerra sul suolo arabo, più cresce la frustrazione delle popolazioni e più aumenta il numero di coloro che si rivolgono ai fondamentalisti. Insomma il bigliettino d’accompagnamento alle bombe poteva essere questo: Hey Gordon, keep on war and be a good boy! With love, Bin.

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