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6 dicembre 2007
Guai al popolo che nasconde i suoi eroi

di Marblestone 


hi nasconde i nostri eroi? Certe volte sembra proprio che il mondo vada all’incontrario. Che chi ne fa una buona viene criticato da quelli che osannano vere schifezze. E sono tutti d’accordo, nessuno ti difende o cerca di ragionare un po’. Perché se da una parte la saga del Padrino (o metà delle pellicole di Robert De Niro) è il culmine dell’arte cinematografica, se Saviano è l’unico esempio positivo nelle zone degradate della camorra, se le efferate descrizioni di omicidi con i più macabri dettagli dei tiggì sono il giusto dovere di cronaca, c’è invece una fiction che è stata accusata di mitizzare i mafiosi, di descriverli sempre come vincenti, di trasmettere ai bambini delle immagini agghiaccianti (“era meglio un porno” ha tuonato il benemerito Osservatorio sui diritti dei Minori). Eppure “Il capo dei capi” è uno di quegli atti di coraggio, quelle operazioni di grandi qualità che non ti aspetti da Canale 5: la storia della mafia dei corleonesi, dell’attacco allo stato più spietato del dopoguerra, raccontata attingendo a piene mani dai verbali dei pentiti, sceneggiata da un giornalista come Fava che in quella battaglia ha perso il padre, iniziata dalla giovinezza di Totò Riina e soci fino alla sua cattura.

LA TRAMA - Ben 6 puntate che alla fine hanno avuto un successo di pubblico incredibile, difficilmente immaginabile all’inizio, che ha resistito perfino alla serata milionaria di quel
Benigni che furbescamente attrae il pubblico con battute da caserma sui piselli dei politici per poi conquistare l’etichetta di qualità leggendo un canto di Dante. Chi, a differenza di quel Mastella che voleva censurarla, ha visto la fiction ha potuto capire quanto lontana sia la realtà dall’immagine romantica del padrino come uomo d’onore, quanto alto sia stato il sacrificio degli uomini di stato che, spesso osteggiati dai loro stessi capi (bellissima la scena in cui a Falcone dopo il maxiprocesso viene assegnato il caso del furto di alcuni meloni), hanno continuato la loro battaglia per la giustizia. La fiction tracciava come poche la linea tra chi ordinava omicidi per la sua personale sete di potere e chi credeva che un mondo diverso fosse possibile. Ma l’accusa peggiore della fiction è che ha mostrato i buoni perire e i cattivi vincere. Invece si è visto che ogni volta che Riina colpiva, lo Stato rispondeva mollando qualcuno dei suoi legacci burocratici dando vita al pool antimafia, alla legge 41bis sull’ergastolo duro (oggetto proprio in questi giorni di uno sciopero della fame dei condannati), allo stesso arresto di Riina.

NASCONDERE GLI EROI - E gli ultimi eccellenti arresti ci hanno mostrato che alla fine il sacrificio di tanti uomini non è stato vano, che lo Stato ha sconfitto tutti i corleonesi ripulendo la Sicilia della sua peggiore gente. E proprio ripercorrendo tutta la storia si può apprezzare il valore del risultato raggiunto, quasi insperato, atteso da trenta anni; proprio attraverso una fiction che rimette insieme i pezzi di cento episodi di cronaca si può capire la nostra storia moderna, la storia di uno Stato in cui la politica si è rivolta troppe volte contro i cittadini mettendosi al servizio di corruzione e mafie. Una dolorosa quanto incredibile storia di legalità che più che essere censurata dovrebbe essere additata ad esempio per i giovani. Guai, si può dire parafrasando il Galileo di Brecht, al popolo che nasconde i suoi eroi.


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5 dicembre 2007
Generazione...Z

di Marblestone 


no degli sport preferiti di alcuni sociologi e della stampa che pende dalle loro stupidate è quello di definire le nuove generazioni: dai baby boom ai paninari, dagli hippy agli yuppie, dagli eterni mammoni alla generazione x (finale ammissione di non averci capito nulla) fiumi di parole sono stati spesi per definire come i giovani sono cambiati negli anni. Vale la pena dare però anche uno sguardo ai nuovi anziani, i primi esempi di individui sottoposti a 4-5 decenni di televisione che, con il loro crescente numero condizionano più dei giovani le elezioni e quindi il futuro della nostra società. I risultati non sono eclatanti: persone sfiduciate di tutto e di tutti che si lamentano di non arrivare a fine mese anche in quei casi in cui la loro pensione oltre a non essere minima è superiore allo stipendio precario dei loro figli.

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO - Questa generazione fondamentalmente rimpiange un aulico passato: un mondo più pulito, in cui c’era più felicità e meno violenza, in cui non c’erano le brutte malattie di oggi né le stragi del sabato sera, in cui non c’era
traccia di omicidi efferati o, nel quotidiano, della microcriminalità o della degenerazione della scuola. Ovviamente tutte o quasi queste convinzioni sono smentite dalle statistiche: se infatti l’inquinamento è un problema che attanaglia le città dai primi anni 60 grazie anche alla arretratezza delle auto (che non erano nemmeno lontanamente catalitiche) e al diffuso uso di carbone per il riscaldamento, la violenza e gli omicidi sono stati una costante degli anni di piombo come delle grandi lotte di mafia e camorra degli anni 70 e 80; il tasso dei suicidi (se questo può essere considerato una misura della felicità), è stato sostanzialmente costante negli ultimi venti anni con un calo negli ultimi dieci. Progressi ben più netti sono stati fatti nella lotta alle malattie e sulla salvaguardia delle vite negli incidenti stradali che, se negli ultimi 25 anni sono cresciuti del 50% anche per effetto del numero maggiore di persone che viaggiano, hanno lasciato sull’asfalto un quarto di croci in meno. L’ultimo argomento poi, la degenerazione delle scuole, è un vero cavallo di battaglia dei nuovi anziani: la prima generazione che ha avuto la possibilità di una vera scuola dell’obbligo la vede ora come il luogo in cui, al prezzo di una ignoranza generalizzata, si commettono le peggiori nefandezze, con l’aggravante di essere riprese dai telefonini e diffuse su internet. E’ difficile contestare queste affermazioni per assenza di dati statistici ma certo il bullismo non l’hanno inventato i telefonini e ognuno di noi può ricordare che essere accettati da un gruppo è stato sempre difficile: spesso ci si è riusciti a costo di violenze fisiche o psicologiche come nel caso delle dodicenni di Cassino che dovevano farsi gli spinelli per essere ammesse ad un gruppo.

GLI EFFETTI DELLA ESPOSIZIONE - Se quindi non ci sono motivi oggettivi per il pessimismo crescente della nuova generazione degli anziani colpisce che essa è sempre più acriticamente identica alla televisione che segue, ai telegiornali sempre più sensazionalisti, alle Italia in Diretta o alle platee Defilippiane che cercano ossessivamente il torbido nella cronaca e lo inventano quando non lo trovano. E scambiando la fiction con la realtà i nuovi anziani dimenticano i progressi ottenuti per immergersi in una ingiustificata desolazione: più che su quello giovanile è su questo terreno, in cui proliferano populismo e conservatorismo, che si danno battaglia i grandi partiti di domani.

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15 novembre 2007
Le risse e le regole

di Marblestone 


in dalla notte dei tempi gli uomini hanno amato essere spettatori sicuri e protetti delle altrui risse. Ma se i romani cruentamente si rivolgevano ai gladiatori il mondo moderno ha saputo sublimare molte di queste lotte nello sport. Con il tempo però la televisione ha scoperto quello che anche le vecchiette dei paesini sapevano da sempre: non c’è niente di più divertente di una rissa politica, una accesa contesa tra i signori del potere. Così, senza nemmeno il pericolo di essere colpiti da qualche sedia che ha mancato l’originale bersaglio ci sediamo di fronte alla marea di programmi televisivi (Porta a Porta, Ballarò, Annozero, giusto per citarne qualcuno) che, spesso con la scusa della denuncia sociale, ci propongono moderne risse tra potenti.

LA PUNTATA - Ma l’offerta copre davvero tutte le esigenze, anche quella di chi, pur snobbando questo tipo di giornalismo spettacolo, non vuole rinunciare alla sua razione di sangue. Così molti vanno a cercare rifugio in una trasmissione spartana famosa per alcuni scontri bipartisan: In mezz’ora di Lucia Annunziata. Domenica scorsa ha tentato un’altra rissa sulla giustizia invitando uno dei personaggi simbolo delle lotte giudiziarie degli ultimi anni: Gherardo Colombo.
Qualcosa però non ha funzionato: il magistrato che può vantare un ruolo di primissimo piano in due delle inchieste che maggiormente hanno cambiato il volto (o forse solo la maschera) dell’Italia, la Loggia P2 e Mani Pulite, non si è prestato al gioco ma ha cercato di dare un contributo vero alla discussione. Ha declinato ogni invito a criticare i politici (anche quelli di sinistra che sono peggio di quelli di destra pungolava la Annunziata) o i magistrati in cerca di popolarità (Forleo e De Magistris spinti dalla giornalista nell’arena) per dire che lui, dopo trent’anni di magistratura, trent’anni di inchieste, di battaglie nel segno della legge, ha lasciato per dare un (a suo avviso) modesto e limitato contributo a ripensare le regole e come gli italiani si rapportano ad esse

SLIDING DOORS - Sarebbe stato interessante cercare di riflettere su come si potesse cercare di cambiare la cultura della illegalità così diffusa in tutti noi italiani. Sarebbe stato interessante sentire questo ferreo servitore della legalità e dello stato mentre spiegava cosa va a dire nelle università o nei convegni. Ma l’Annunziata voleva una rissa per alzare l’audience, non una noiosa riflessione. Gli ha detto che faceva delle prediche, che era stranamente cauto (come se uno c
he ha incriminato Licio Gelli, Craxi e Berlusconi potesse avere mai paura di parlare) che fuggiva le sue domande, che da uno ormai libero dalla magistratura si aspettava una critica più incisiva (come se non ce ne fossero altri cento che la fanno, con inutile e falsa pomposità, ogni giorno) e in definitiva, non lo ha fatto parlare.
Un'intervista che ci ha mostrato cosa è oggi il dibattito politico: risse e polemiche sull’argomento del giorno, con scarsi approfondimenti e soprattutto senza nessuna visione del futuro.
Perchè anche lei ha cercato solo di proporre l’ennesima puntata di quella telenovela in cui i soliti politici si sposano e si separano tra di loro, muoiono e risorgono, lasciano posizioni che poi riprendono senza alcun pudore, ben sapendo che così facendo distraggono il popolo mentre digerisce un pasto sempre più magro e una giornata di lavoro sempre più schifosa.

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