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20 agosto 2007
Cristo, riparti da Eboli?

di Loska 


'Economist è tornato ad occuparsi dei problemi italiani, questa volta affrontando l'annosa questione della criminalità organizzata che da secoli ormai impera in tutta Italia. Più precisamente, il settimanale inglese ha denunciato la penetrazione della ndrangheta in Basilicata e, oltretutto, la presenza di una corona di clan e organizzazioni limitrofe e la nascita di una nuova malavita lucana. Ci voleva l'Economist? vien da chiedersi anche dopo le stizzite repliche di alcuni politici lucani di AN, che hanno parlato di calunnie e razzismo, gente a cui evidentemente della realtà dei fatti e della necessità di un'azione forte, non importa nulla. Chissà come mai. La verità è che il "mito" della Basilicata, novella Svizzera neutrale dalle mafie che la circondano, è appunto solo un mito. Se pure non si vedono lupare agli angoli della strada, questa regione non è stata risparmiata dai cancri delle due sicilie, che piuttosto l'hanno trattata da possibile discarica d'Italia. Un destino infame, che in parte si patisce già, contro cui solo una forte mobilitazione dei cittadini ha potuto qualcosa, molto poco in verità. Una storia vecchia, che s'intreccia a storie (e scorie) ancora più vecchie, e quasi sconosciute.

LE SCORIE ATTO PRIMO - Qualche tempo fa a Scanzano Jonico, ridente cittadina marittima, un terremoto giudiziario ha spazzato via i vertici amministrativi: 15 arrestati, fra cui il sindaco, Mario Altieri (AN), il vicesindaco e l'assessore
all'Agricoltura. Le accuse, molteplici: innanzitutto i brogli elettorali ("In quella sezione mettimi tizio presidente. Hai anche i nomi degli scrutatori", avrebbe detto Altieri) e, non meno importante, l'intimidazione di alcuni giornalisti avvenuta nei mesi caldi della protesta contro la famosa decisione del Governo di gettare anni di monnezza nucleare in un sito turistico e geologicamente inadatto. In quell'occasione, una parte importante la ebbe uno dei clan lucani cui probabilmente si riferisce l'Economist: il clan Scarcia. Pare infatti che il sindaco si sia rivolto ad esponenti dell'organizzazione per evitare le contestazioni (i dimostranti lo incolpavano di essere "colluso" con la decisione governativa, anzi nei fatti di averla favorita). Addirittura un giorno, uno degli arrestati - tale Giuseppe Pisanò - fece irruzione nella sede del comitato "Scanziamo le scorie" - dove Altieri si stava recando per un incontro - dicendo "Il sindaco va applaudito e ringraziato per la riuscita della protesta e non contestato".

LE SCORIE ATTO SECONDO - Ben prima di questa ultima storia di scorie, però, ce n'è un'altra che chiama in causa direttamente la 'ndrangheta. Si tratta della misteriosa presenz
a di 100 fusti di materiale nucleare sotterrati da qualche parte nell'entroterra lucano, la cui ricerca impegna carabinieri e forze dell'ordine da anni. Dell'origine di queste scorie, si ha solo qualche notizia nebulosa: si parla di ingegneri iracheni all'enea di Rotondella e all'Itrac di Trisaia e traffico di materiale nucleare dall'estero. Fattosta che un giorno alla 'ndrangheta viene chiesto di far sparire 600 fusti di materiale: 500 partiranno alla volta della Somalia, di notte, mentre altri 100 resteranno qui, in Basilicata. Da allora dormono, nascosti chissà dove, in una Regione in cui il tasso di incidenza tumorale è misteriosamente schizzato malgrado "l'aria pulita" e "i sani stili di vita", anche fra i giovanissimi. Anche fra i bambini. E da qualche anno si inseguono questi mostri sepolti, si gira come trottole dietro le dichiarazioni di un pentito della malavita campana che ha indirizzato più volte gli investigatori verso luoghi rivelatisi sbagliati. Una caccia alla bomba mortale che è arrivata anche qui, a un chilometro scarso da dove ora sto scrivendo. E pensare che qualcuno, l'Economist, voleva pure smentirlo.

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